Carnevale di Sardegna.

 

In Sardegna il carnevale e molto antico e formato dai suggestivi carnevali barbaricini che - con le loro maschere , le vesti di pelli di capra, orbace e campanacci – rievocano riti misteriosi, danze propiziatorie e un rapporto stretto tra uomo e animale. Quello vibrante dei carnevali a cavallo, come quello di Oristano ("Sa Sartiglia"), durante il quale i cavalieri devono infilare in corsa una stella di metallo, auspicio di buon raccolto, e quello di Santulussurgiu ("Sa Carrela 'e nanti") nei quali i cavalieri mostrano il loro valore, coraggio e abilità, sfidandosi in corse temerarie per il centro cittadino. Oppure quello irriverente di Tempio con il fantoccio di Re Giorgio processato e bruciato in piazza, senza dimenticare la simbologia dei travestimenti di Bosa.

Il Carnevale Oristanese

La Sartiglia è una delle manifestazioni carnevalesche sarde più spettacolari e coreografiche. Il nome deriva dal castigliano "Sortija" e dal catalano "Sortilla" entrambi aventi origine dal latino sorticola, anello, ma anche diminutivo di "sors", fortuna. Nell'etimologia del termine è racchiuso il senso della giostra come una corsa all'anello, una giostra equestre legata strettamente alla sorte, alla fortuna, ai riti pagani propiziatori di fertilità della terra.
La Sartiglia della domenica di Carnevale si svolge sotto la protezione di San Giovanni Battista e le sue fasi cerimoniali sono organizzate e dirette dal Gremio (una sorta di corporazione) dei Contadini, mentre il martedì i riti sono a cura del Gremio dei Falegnami, sotto la protezione di San Giuseppe.
Il protagonista è su Cumponidori, il cavaliere, il cui nome deriva da quello del maestro di campo della "sortija" spagnola, chiamato "componedor". La festa inizia con il lungo rituale della vestizione del capo-corsa il quale, seduto sopra un tavolo di legno, da quel momento non potrà più toccare terra fino alla fine della giornata. Le donne, "is Massaieddas", guidate dalla "Massaia manna", vestono il cavaliere con una camicia bianca, pantaloni e "cojettu" di pelle (sorta di gilet anticamente usato quale abito da lavoro dagli artigiani), coprono il suo viso con una maschera androgina tenuta ferma con una fasciatura, poi gli adornano il capo con un velo da sposa e un cilindro nero: uomo e donna al tempo stesso, su Componidori diventa una sorta di semidio.
Il cavaliere è il signore della festa e, avendo sfilato in corteo assistito da su Segundu Componidori e su Terzu Componidori e dopo aver benedetto la folla con "sa Pippia de Maju" (un fascio di pervinche e viole, simbolo di primaverile fecondità), ha il compito di aprire la gara, infilando per primo con la spada una stella appesa ad un filo; sceglierà quindi i cavalieri che avranno l'onore di partecipare alla giostra: la tradizione vuole che dal numero di stelle infilate dipenda l'abbondanza o la penuria del raccolto. L'ultima corsa all'anello viene effettuata con "su stoccu", un'asta di legno lavorato.
Prima delle corse delle pariglie che si susseguiranno fino al tramonto nella vicina via Mazzini, a chiusura della Sartiglia, su Cumponidori dovrà cimentarsi in "sa remada": disteso di schiena sul dorso del cavallo percorrerà al galoppo la pista, benedicendo la folla.
Una particolarità del Carnevale di Oristano è Sa Sartigliedda del lunedì, una Sartiglia in versione ridotta riservata ai bambini, i quali montano i famosi cavallini della "Giara". Questa manifestazione viene ripetuta anche in estate, a ferragosto.
Storia dell'evento
Le origini della Sartiglia sono da ricercarsi nelle gare equestri medievali, praticate già dai Saraceni ed introdotte in Occidente dai Crociati tra il 1118 e il 1200.
Questa corsa all'anello, probabilmente presente ad Oristano già nel 1350, potrebbe essere stata eseguita per la prima volta in occasione delle nozze del giudice Mariano II: in quel periodo i legami tra la Corte Aragonese e quella d'Arborea permisero che i fanciulli del Giudicato venissero educati in Aragona dove quest’esercizio cavalleresco era già largamente praticato.
La gara, in origine manifestazione delle classi nobiliari, divenne fin da subito l'emblema della tradizione giudicale e cavalleresca oristanese e rimane ancor oggi espressione della vita e della cultura popolare di Oristano.

Mammoiada

Le maschere del Carnevale Mamoiadino





Il carnevale di Mamoiada è uno degli eventi più celebri del folclore sardo. Le maschere tradizionali di questo carnevale sono i Mamuthones e gli Issohadores.
I primi, vestiti di pelli ovine, indossano una maschera nera di legno d'ontano o pero selvatico, dall'espressione sofferente o impassibile; sulla schiena portano "sa carriga", campanacci dal peso di circa 30 kg, legati con cinghie di cuoio, mentre al collo portano delle campanelle più piccole. I campanacci, fino a non molti anni fa, venivano forniti in via amichevole da pastori che recuperavano i pezzi più malandati o li prendevano direttamente dal collo delle loro bestie. I "sonazzos" sono dotati di "limbatthas", batacchi costruiti utilizzando le ossa del femore di pecore, capre, asini o altri animali. I campanacci ancora oggi sono realizzati con grande maestria da artigiani di Tonara, centro del Mandrolisai.
Gli Issohadores indossano una camicia di lino, una giubba rossa, calzoni bianchi, uno scialle femminile, a tracolla portano sonagli d'ottone e di bronzo; alcuni portano una maschera antropomorfa bianca.
Un rito molto sentito del carnevale è la vestizione dei Mamuthones, compiuta da due persone. Dopo la vestizione i Mamuthones sfilano in gruppi di dodici, rappresentando i mesi dell'anno, guidati dagli Isshoadores che sfilano in gruppi di otto e danzano eseguendo passi di notevole difficoltà che devono essere imparati da bambini.
La sfilata dei Mamuthones e degli Isshoadores è una vera e propria cerimonia solenne, ordinata come una processione.
I Mamuthones, disposti in due file parallele, fiancheggiati dagli Issohadores, si muovono molto lentamente curvi sotto il peso dei campanacci e con un ritmo scandito dagli Issohadores, dando un colpo di spalla per scuotere e far suonare tutti i campanacci.
Gli Issohadores si muovono con passi più agili e all'improvviso lanciano la loro fune, sa soha, per catturare qualcuno degli astanti: i prigionieri per liberarsi dovranno offrire loro da bere.
Le maschere fanno la loro apparizione in occasione della festa di Sant'Antonio tra il 16 e il 17 gennaio poi la domenica di carnevale e il martedì grasso. Durante l'ultimo giorno, il martedì grasso, si può assistere alla processione della maschera di Juvanne Martis Sero trasportata su un carretto da uomini vestiti da "zios" e "zias" che ne piangono la morte cantando sconsolatamente.
Storia dell'evento
Le origini del carnevale di Mamoiada, conosciuto anche come "la danza dei Mamuthones", sono oscure, molte sono le ipotesi che sono state avanzate, nessuna effettivamente dimostrabile.
Secondo alcuni il rito risalirebbe all'età nuragica, nato come gesto di venerazione degli animali, per proteggersi dagli spiriti del male o per propiziare il raccolto.
La parola Mamuthones è stata anche ricondotta al greco "Maimon" che significa "colui che smania, che vuole essere posseduto dal dio" (nella lingua sarda odierna il termine significa pazzo o "buono a nulla"). Gli Issohadores derivano invece il nome da "soha", "lunga fune" (originariamente fatta di cuoio, oggi è un laccio in vimini), sono i guardiani dei Mamuthones.
Secondo altre tradizioni, i Mamuthones sarebbero i prigionieri Mori catturati dai sardi Issohadores, ma non mancano i richiami al culto dionisiaco.
Da un punto di vista antropologico, il carnevale di Mamoiada, come in generale i carnevali barbaricini, viene legato ai cicli della morte e della rinascita della natura. Rituali arcaici di esorcizzazione e maschere orride ripropongono, in chiave grottesca, il rapporto uomo-animale, che sta alla base del sistema economico-sociale della Barbagia, essenzialmente fondato su pastorizia e allevamento.
A queste maschere si riconosceva il potere di influire sulle sorti dei raccolti e sulla sopravvivenza, per
questo motivo, nonostante l'aspetto spaventoso, la loro visita era gradita e al fine di ottenere la loro benevolenza si offrivano loro cibi e bevande.

   


Museo delle Maschere Mediterranee Mamoiada
Il Museo nasce con l'intento di costituire un luogo di contatto tra l'universo culturale di un piccolo paese della Sardegna interna, Mamoiada, nota in tutto il mondo per le sue maschere tradizionali - i Mamuthones e gli Issohadores - e le regioni mediterranee che, attraverso le rappresentazioni e le maschere di Carnevale, svelano una comunione di storia e di cultura.
In particolare il Museo rivolge il suo interesse verso le forme di mascheramento nelle quali, in una grande varietà di combinazioni, ricorre l'uso di maschere facciali lignee zoomorfe e grottesche, di pelli di pecora e di montone, di campanacci e in generale di dispositivi atti a provocare un suono frastornante. A queste maschere, proprie delle comunità dei pastori e dei contadini, si riconosceva il potere di influire sulle sorti dell'annata agraria; per questo, malgrado l'aspetto impressionante, la loro visita era attesa e gradita e occasione per farsele amiche attraverso l'offerta di cibo e bevande.
A partire dalle maschere dei Mamuthones e degli Issohadores, il museo offre un'esposizione comparata di reperti provenienti dai diversi paesi del Mediterraneo evidenziandone le affinità e le vicinanze piuttosto che le difformità e le distanze.

Sos Thurpos -Orotelli


Rappresentano una delle maschere più importanti della tradizione contadina, la loro
teatralità tragica, nasce probabilmente dai moduli di un antichissimo rituale dionisiaco di
propiziazione. Sia i “thurpos boes" che il “thurpu boinarzu", indossano la stessa tragica
spaventosa maschera composta da un gabbano nero di orbace, con il cappuccio calato
sul viso “tintieddau", coperto di fuliggine ricavata dal sughero bruciato, e da una
bandoliera carica di campanacci.
Il rituale vero e proprio è rappresentato da "sa tenta", la cattura. Viene imprigionato uno
senza maschera e costretto a fare con i "thurpos" alcuni salti in verticale rigida come gli
animali impastoiati. Il prigioniero reagisce, scalcia, ma suo malgrado è costretto a cedere,
ciò rappresenta simbolicamente la lotta del contadino bue contro gli elementi della natura
che riesce con la lotta e con il duro lavoro quotidiano, a piegare e a vincere per ottenere,
alla fine un buon raccolto.

Mamutzones -Samugheo


Nel gruppo dei “mamutzones” di Samugheo, sono presenti oltre ai “mamutzones”, s’urzu e
su ‘omadore (il guardiano).
Il mamutzone, indossa una pelle di capra su un abito di velluto nero, sul dorso e sul petto
porta diversi grappoli di campanacci, il capo è ricoperto da un copricapo in sughero detto
“su casiddu” sormontato di corna caprine.
I “mamutzones” si muovono saltellando e provocano un ritmo armonico e intonato.Avanzano in gruppo in modo apparentemente disordinato, mimano scontri evocando
combattimenti o danze tipiche del corteggiamento delle capre.
In realtà si tratta di antichi riti propiziatori per sollecitare la benefica pioggia, infatti, gli
anziani affermavano che quando le capre si scontrano, il tempo sta per cambiare e volge
alla pioggia.
Il rito del sacrificio, culmina con l’uccisione della maschera de s’urzu, che avviene in
seguito alla danza che i mamutzones effettuano intorno a lui, successivamente si tolgono
il particolare copricapo e si evidenzia il volto annerito dalla fuliggine del sughero bruciato.
S’Urzu, il capobranco elemento caratteristico del carnevale samugheese, è rappresentato
da un uomo che indossa un’intera pelle di caprone nero, con una vera testa di caprone
con lunghissime corna, il capo è coperto da un fazzoletto nero di donna, rappresentando
così una figura androgina di Dionisio, divinità legata al mondo agrese, che vittima, ogni
anno rinasceva come la vegetazione.
È tenuto a bada da su ‘omadore, che vestito con una tunica (gabbano), anch’egli ha il
volto annerito dalla fuligine, tanto da non essere riconosciuto, ed insieme ai
“mamutzones”, compiono il sacrificio uccidendo s’urzu.

Boes e Merdules -Ottana

Sos Boes e sos Merdules, sono tra i principali protagonisti del carnevale di Ottana, I
“boes”, vestono pelli di pecora integre di vello e portano in viso maschere realizzate in
legno di pero selvatico dette “carazzas de voe", che rappresentano animali bovini e sono
muniti di corna. Portano in spalla un fitto grappolo di campanacci dette “sas sonazzas o
su erru" disposto a semicerchio su una cinta di cuoio.
I Merdules indossano pelli di pecora (talvolta anche abiti femminili neri con il caratteristico
scialle), portano in viso maschere con sembianze umane costruite con legni di pero
selvatico, dette “carazzas del merdule", e non portano alcun campanaccio. Il “merdule”,
tiene con una mano l'estremità di una fune “sa socca" che viene legata al fianco del “boe”,
mentre con l'altra mano impugna un bastone o una fune di cuoio “su voette", usati per
sollecitare l'andatura dei boes, e per dominarne le continue e improvvise ribellioni.
Tra le figure più temute del carnevale ottanese, c'e “sa filonzana” rappresentata dalla
maschera tragica di un viso sofferente, e le sembianze di un' anziana, arzilla donna, che
porta con sé Il fuso legato ad un folo di lana, e indirizzata ad una determinata persona,
minaccia, con un paio di grosse forbici di tagliare il filo. Se ciò dovesse accadere,
significherebbe un terribile augurio, in quanto il filo di lana legato al fuso, rappresenta Il
legame alla vita, per questo la figura della “filonzana" e molto temuta e rispettata dalla
comunità.

Sos Tumbarinos -Gavoi

Strumentisti che, in modo spontaneo, si uniscono in corteo, con particolari tamburi
costruiti artigianalmente, secondo una secolare tradizione fortemente radicata a Gavoi.
Ai ritmi dei tamburi si aggiungono le sonorità del triangolo, de su “pipiolu" e dell'organetto
diatonico, che inondano di aria festosa e spensierata le strade del paese, per un unico
coinvolgimento dell'intera comunità.

Urthu -Fonni

S'Urthu (che probabilmente significa orso) di Fonni, è tra le maschere più spettacolari, per
via dell'estrema e spericolata ribellione che tenta di effettuare nei confronti dei suoi
padroni o domatori. Il suo inutile tentativo va avanti per tutta la durata del carnevale,
finché non viene condotto al sacrificio per il dio della morte.
Per poter compiere tale rituale, s'urthu di Fonni, viene tenuto a bada da due domatori
vestiti con gabbani neri e portano diversi campanacci, simbolo del gregge. S'Urthu, è
ricoperto da una pelle di montone o caprone di colore bianco o nero, porta al collo un
grosso campanaccio legato ad una catena di ferro, ed ha il viso annerito con la fuliggine
del sughero bruciato.

 

Urthu e Buttudos di Fonni

S’Urthu è la vittima sacrificale. Porta indosso l’intera pelle di un caprone che gli ricopre
anche la testa. Il volto è tinto di nero col sughero bruciato. È tenuto legato dai suoi
guardiani, Sos Buttudos, che lo strattonano ripetutamente. Questi portano il gabbano nero
abbottonato e il cappuccio calato sulla fronte, segno di lutto profondo.

S’ Urzu e Sos Bardianos -Ulatirso

S'Urzu di Ula Tirso, viene offerto in sacrificio al dio della pioggia. Sormontato da una
grossa testa di cinghiale, viene legato e tenuto sotto la stretta sorveglianza dai
“domadores” accompagnati da “sos bardianos" i pastori, che inveiscono e picchiano con
bastoni o altro la vittima sacrificale.
Per tutto il periodo del carnevale viene portato in giro per le strade del paese per la
questua, ma rimane fuori della porta delle case, in quanto porta con sè la scomunica, e si
ritiene sia capace di caricarsi addosso gli spiriti del male presenti nelle case.
La leggenda vuole che al suo passaggio si allontanino gli spiriti del male e la siccità,
lasciando la serenità, perciò al termine del carnevale viene sacrificato al dio dell'acqua e
con esso si auspica scompaiano anche le forze del male.

Sos Murronarzos, Sos Maimones e Sos Intintos -Olzai

Sos Murronarzos, sono rappresentati da una maschera in pero, raffigurante insieme il
maiale e la capra, vengono condotti in un percorso che li porterà all'estremo sacrificio -
mentre tentano di ribellarsi ai loro padroni - all'uomo -
Simboleggiano con la loro morte, la morte dell'inverno, quindi l'inizio di una buona
stagione per il lavoro ed un buon raccolto nei campi.
Sos Maimones rappresentano la primavera, la vita la fecondità, ma anche il divertimento
sfrenato, la trasgressione, atteggiamento e fare consueto è concesso solo nel breve
periodo carnevalesco.
Sos Intintos il mercoledì delle ceneri, portano “Zuanne Martis sero" all'estremo sacrificio
per sancire la fine del carnevale, il ritorno al lavoro, alla preghiera, alla normale vita della
comunità.

Maimone ‘e Carrasecare su ziomo -Lodine

Figure suggestive realizzate con legni di pero, fico, pero selvatico; abiti di anziane donne
o luttuose vedove. Ogni anno a Lodine scolpiscono una maschera diversa - simbolo
stesso del carnevale - che rappresenta o è ispirato da uno del paese, viene portato in
processione per le vie e per le case del paese per la questua, accompagnato da
improvvisati e allegri canti a “muttos".
Il suo destino è però già segnato, infatti verrà condannato e distrutto, nel giorno della
pentolaccia, poiché rappresenta il simbolo dell'eccesso e della trasgressione del
carnevale.

Su Bundu -Orani

Tra le maschere particolarmente interessanti del carnevale barbaricino, spicca quella di
“su bundu” unica maschera facciale realizzata in sughero.
Ha le corna, baffi e pizzetto bianchi, mentre la superficie è trattata con gesso rosso, porta
un cappello a forma di piramide, sempre realizzato in sughero.
Invocano, per il loro rituale pagano, il dio del vento, indispensabile per separare con dei
grossi forconi il fieno dal grano per la mietitura.
Avvolti dai pesanti gabbani, per questo rituale, indossano convincenti maschere
raffiguranti diavoli dalle lunghe corna ed imitano tramite il suono del corno la voce del
vento invocato per la mietitura e temuto durante gli incendi.

Sos Colonganos e S’Urtzu di Austis

Rappresentano un’immagine fedele delle maschere del 1700, in quanto ricostruite
secondo
le testimonianze del gesuita B. Licheri. Sulle spalle, anziché campanacci, portano un
carico di ossi animali, sulla testa una pelle di volpe e il volto è ricoperto da fronde di
corbezzolo. Un chiaro omaggio al dio della vegetazione. Vittima sacrificale è S’Urtzu con
la testa di cinghiale.

Su Thurcu e sa Maritzola, Capraro, Caprone -Ollolai

Su Thurcu, la figura più nota dei mascheramenti di Ollolai (così detta per via del
copricapo “alla turca"), animata indifferentemente da uomini o donne, questa maschera
vuole rappresentare il mistero della vita e della morte, attraverso alcuni elementi del
vestiario tradizionale come “su cappiale e sa mantilla" utilizzati per il battesimo dei neonati
per simboleggiare la vita, mentre il lenzuolo che indossano, è dello stesso tipo di quelli
utilizzati per coprire il tavolo dove viene poggiata la bara con il defunto.
Sa maritzola (rappresenta la vita e la morte)
Caprone e capraro il caprone viene tenuto legato con robuste corde per essere portato -
a stento - all'estremo sacrificio, in quanto viene considerato una sorta di divinità da
sacrificare affinché possa piovere. In quanto divinità, il caprone viene fatto camminare
sopra due sgabelli poiché non deve contaminarsi toccando il suolo terreno - così facendo
si ottengono maggiori benefici e si pensa che l'acqua possa poi dopo il sacrificio arrivare
copiosa.

Is Mustaionis e s'Orcu foresu -Sestu

Raffiguranti i “guardiani dei campi", in questo caso conducono al sacrificio sOrcu foresu,
rappresentato da un animale che non è presente nel territorio del campidano, ma è forse
frutto del timore ancestrale degli uomini sulle figure demoniache. Potrebbe oppure essere
una maschera “foresa” arrivata da altri centri dell'interno (probabilmente Samugheo, ed
entrata negli anni nelle abituali riproposizioni carnevalesche dei sestesi.

Is Xrebus -Sinnai

La rappresentazione de “is cebus”, tipica di Sinnai, come tutte le tradizioni carnevalesche
della Sardegna, ed in parte mediterranee, ha origini precristiane molto arcaiche che si
perdono nella notte dei tempi.
Essa deve avere qualche riferimento con dei rituali propiziatori che si riferiscono alla
caccia grossa, intesa come prima fonte di sostentamento in una civiltà ancestrale e,
comunque, simbolo del dominio dell’uomo sulla natura e sul mondo animale.
In questo senso le tradizioni carnevalesche che, pur con differenti denominazioni (boes,
merdules, mammuttones, mammutzones, mustaionis, urtzus etc) sono giunte ai nostri
giorni rappresentano una simbolizzazione della caccia, con grossi animali pelosi e cornuti
(buoi, capre, cervi, montoni) vengono inseguiti, raggiunti e uccisi da cacciatori, attraverso
lacci e bastoni, secondo quella che doveva essere la pratica della caccia grossa parecchi
secoli or sono.
L’impiego di travestimenti di questo genere può essere messo in relazione con il culto e la
adorazione della protome taurina ed il vestire con pelli e corna del capotribù in epoca
nuragica.
Secondo la tradizione sinnaese la corsa de is cerbus è compostada alcune maschere
caratteristiche:
Is cerbus, uomini mascherati con pelli e corna di cervo, che imitano i versi ed l’incedere
degli animali di cui vestono le pelli. Durante la rappresentazione sono impiegati anche
travestimenti di Sirbonis (cinghiali) e muvras (mufloni), con la stessa funzione de is
cerbus.
Is canaxus, sono le figure che durante la battuta, con urla e schiamazzi, spingono is
cerbus verso la posta. Vestono con abiti da montagna, (sa best’e peddi), e una maschera
sul volto.
Is canis, sono talvolta veri cani, altre volte persone travestite con dei sacchi di iuta che
venivano indossati a testa in giù e con gli angoli legati in modo da simulare delle orecchie.
La rappresntazione de Is Cerbus si svolge a Sinnai tradizionalmente “su lunis di agoa”.

Sa Maschera a Gattu -Sarule

Riscoperta di recente, è composta dalle due gonne del tradizionale costume, queste
vengono indossate al rovescio. Rappresenta principalmente le fasi estreme della natura:
la vita, attraverso il copricapo (un velo di tulle bianco), e la morte per mezzo del velo nero,
lo stesso che veniva messo a copertura del volto delle salme. Spesso vengono utilizzati
come figure del carnevale alcuni pupazzi raffiguranti il gatto nero, per esorcizzare la fama
iettatrice di quest'animale, che qualche volta, in passato, veniva sacrificato a conclusione
del carnevale.

Su Coligori (coli - coli) tribunale del popolo -Tonara

Un'antica e spietata espressione satirica del carnevale in Sardegna; su coligori, o
“tribunale del popolo" condannava attraverso il canto dei “gozzos” per le vie del paese su
un pittoresco e allegro carretto.
Il contenuto dei canti era spesso irriverente nei confronti di alcune persone che di volta in
volta venivano individuate e apostrofate con parole dure, tanto che non era raro che
alcuni una volta attaccati da questa satira, abbandonavano il paese per la mortificazione e
vergogna.

“Sa Maschera ‘e Cuaddu” -Neoneli


Di recentissima ricostruzione, “sa maschera ‘e cuaddu”, appartiene alla categoria di
“macheras limpias”, dunque hanno il viso scoperto e riconoscibile, probabilmente era una
maschera usata solo in alcuni ceti sociali dato che i tessuti e gli elementi che la
compongono sono piuttosto preziosi: scialli e fazzoletti di seta, guanti e calze, nastrini e
trine. Il cappello è l’elemento più particolare del costume, e ciò che attribuisce il nome alla
maschera, dato che ripropone alcuni addobbi del cavallo come le coccarde e le
campanelle “sos ischiglittos” utilizzati per adornare tali animali in occasione di particolari
giostre equestri molto diffuse in Sardegna fin dal medio evo.

Mascheras Nettas e Mascheras Bruttas -Lodè

Sas mascheras nettas la leggenda vuole che rappresentino le guardie che hanno
arrestato Gesù Cristo.
“Is mascheras bruttas” non erano che il travestimento della maggior parte della
popolazione che si copriva di stracci e di vecchi abiti, le donne si travestivano da uomo e
gli uomini da donna. In alcuni casi, l'uomo travestito da donna partoriente, gira per le
strade del paese, chiedendo “a bi l'adzis adzieddu ‘e mele pro achere pane e mele cando
illiero?" (era infatti ritenuto di buon auspicio che la partoriente offrisse pane e miele a
chiunque andasse a farle visita appena il bambino fosse nato) mettendo in evidenza
antiche usanze della comunità. In altri casi rientrano esempi di trasgressione di tutto ciò
che nei giorni normali non si può fare se non trasgredendo le norme del buon vivere
sociale (eminas achianas e omines achianos potevano ballare con omines isposados, si
sparava a polli sotterrati “puddu ‘e carrasecare" ecc.
Sas mascheras nettas sono maschere mute e possono rappresentarle solo gli uomini.
Questi tre personaggi dopo aver individuato una persona da “arrestare”, le si avvicinano:
gli uomini se riuscivano a fuggire fino alla loro casa o fino a un certo traguardo, erano
liberi. Per le donne invece era un onore essere richieste. “sas mascheras nettas" si
fermavano a qualche metro dalla ragazza mentre “su marratzaju" avanzava, faceva tre giri
attorno alla ragazza agitando i campanacci, e infine le si fermava dinnanzi, dimenandosi e
inchinando leggermente la testa in avanti, in segno di apprezzamento: a tal gesto “sas
mascheras nettas" si avvicinavano alla ragazza e, prendendola a braccetto,
l'accompagnavano a casa sua, dove i tre personaggi venivano invitati prima di
riaccompagnare la giovane nel medesimo punto in cui l'avevano presa e di darsi alla
ricerca di un'altra giovane.

Sos Maimones -Oniferi

Vestiti con abiti rimediati dal vecchio abbigliamento tradizionale di uso quotidiano nel
passato, portano in sfilata un asino e sbeffeggiano i passanti fino a farsi offrire da bere.

Sonaggios e s' Urtzu -Ortueri

Sonaggiaoso e s' Urzu sono la tradizionale maschera di Ortueri, riscoperta e valorizzata

Alle origini della maschera si formavano gruppi di giovani che si annerivano il viso con la
fuliggine, indossavano su saccu, una mantella di orbace, sa berretta, il copricapo
ugualmente di orbace, e si appoggiavano sulle spalle pelli di pecora o di montone.
Si agghindavano appendendosi campanelle, sonaggiasa,di varia misura, bindighinoso,
deghinoso, settinoso tanto da raggiungere anche un peso di venti chilogrammi. Altre due
file di campanelle venivano fissate sul petto.
I’ sonaggiaoso, festosamente, andavano di tuvera in tuvera saltando sulle fiamme ed
esibendosi in giocose acrobazie per esaltare la prestanza fisica e dare prove di coraggio.
I’ sonaggiaoso ricomparivano poi la sera del 19 alla vigilia di San Sebastiano, il protettore
dei pastori.
I’ sonaggiaoso sono presenti nel carnevale ortuerese almeno dall' inizio del '900 e fino ai
primi anni del fascismo, ossia finchè le misure restrittive imposte dal fascismo portarono al
divieto dell' uso delle maschere nei luoghi pubblici e alla loro autorizzazione
esclusivamente nei locali privati. In questo modo anche i' sonaggiaoso scomparvero dalle
scene delle tradizionali mascherate fino alla recente riscoperta.
Descrizione della maschera:
I' sonaggiasa, da cui prendono il nome le maschere, sono le campanelle che si
appendono al collo delle bestie al pascolo per segnalarne la presenza e facilitarne la
ricerca. Le maschere sono la personificazione del gregge, la pelle di pecora bianca e la
faccia annerita dalla fuliggine hanno il compito di celare i connotati umani e trasformare le
maschere in animali, e s' urzu, letteralmente orso seppure sarebbe meglio orco perché
indica la personificazione del demone, si agita come un forsennato, si scaglia contro le
persone, salta sui tetti e sugli alberi, grida e si dimena rotolandosi per terra, inscenando l'
eterna lotta del bene contro il male. Tutta la ritualità è accompagnata dalle ritmiche
cadenze segnate dal suono dei campanacci.
S' urzu è vestito con una grande pelle di montone esclusivamente di colore nero che
copre anche la testa, la faccia resta indistinta per il colore scuro della fuliggine. Ha, però,
una sola sonaggia molto grande, unu bintinu. Viene tenuto a bada con sa soga, una
striscia di cuoio, dal capo, vestito con sa cabanella in orbace, che si sforza di controllare
le intemperanze bestiali di questo essere.

Carevale Guspinese.Cambas de Linna.

Il carnevale tradizionale Guspinese, organizzato dal Comune e dalla Pro Loco di Guspini.  Una tradizione che si ripete da oltre 20 anni, la sfilata dei carri viene aperta dai trampolieri ,emblema del Carnevale Cambas de Linna, a ricordo degli anni ’50 quando i guspinesi andavano in giro per le strade del paese su lunghi trampoli vestiti con vecchi abiti e col viso coperto da una maschera di legno (sa garotta), chiedendo frittelle e vino.

Da diversi anni viene organizzato un raduno chiamato "CARNEVALINAS" che vede la partecipazione di carri allegorici provenienti da tutte le province sarde.

Il "Carnevalinas" nacque nel 1994 come sfilata tra carri allegorici dei comuni situati nelle vicinanze del Monte Linas. L'iniziativa venne ideata da alcuni carristi assieme alle Pro Loco di Arbus, Gonnosfanadiga e Guspini. La formula originaria prevedeva una sfilata da svolgersi a turno nei tre comuni. La prima edizione si svolse il 19 febbraio 1994 a Gonnosfanadiga e fino al 2000 si organizzò a rotazione nei tre paesi. Dal 2001 il “Carnevalinas” viene organizzato a Guspini, perché a Gonnosfanadiga e ad Arbus per qualche anno non si sono più realizzati carri allegorici. L'evento raggruppa carri allegorici da diverse parti della Sardegna, andando oltre la Provincia del Medio Campidano.

Su Marrulleri ,Carnevale di Marrubiu

A Marrubiu si svolge una delle più importanti manifestazioni carnevalesche della regione. Si chiama "Su Marrulleri" e ogni anno ospita numerosi carri allegorici e gruppi mascherati non solo del paese, ma provenienti anche da tanti altri centri dell'isola, che la prima domenica di Quaresima si radunano a Marrubiu per sfilare insieme creando un'atmosfera molto suggestiva. Lo spettaccolo è costituito da coloratissime maschere a piedi, mentre i carri allegorici ripropongono tematiche di attualità, vivacizzate ed enfatizzate dalla grande sensibilità artistica dei loro autori. "Su Marrulleri" nasce nel 1979 come manifestazione locale a cui partecipa tutto il paese. L'organizzazione attuale prevede l'apertura della festa con la sfilata di cui sono protagonisti i bambini, seguita da altre due giornate dedicate alle sfilate dei gruppi e carri allegorici; dal 1995 la seconda giornata ospita il grande raduno interprovinciale. Il simbolo della festa, conteso tra i marriubiesi come premio per il miglior carro allestito, è una testa di legno scolpita da un artigiano locale, Franco Spiga, che rappresenta proprio "Su Marrulleri", che letteralmente significa il marrubiese contento e scherzoso.

Carnevale San Gavino Monreale.

Il Carnevale di San Gavino Monreale è la più importante delle feste popolari della cittadina, riscoperta una quindicina di anni fa dall'amministrazione comunale, e a cui accorrono ogni anno circa 70000 persone tra partecipanti e pubblico. La manifestazione carnevalesca sangavinese non e' altro che il ripetersi dell'antico rito del capro espiatorio condotto all'altare in sacrificio. Apre la sfilata il pupazzo di cartapesta, "Su Baballotti", che è il simbolo del Carnevale. "Su babballotti" simboleggia il dono che viene offerto in sacrificio e sul quale si scaricano tutte le colpe collettive e individuali commesse durante tutto l'anno e in modo particolare le trasgressioni compiute durante il Carnevale. I carri sono creati e lavorati da numerosi artisti locali e rappresentano dei prodotti d’eccellenza che poco hanno da invidiare ad importanti manifestazioni nazionali. Il carro viene guidato da storici gruppi, tra cui Fibra Ottica, Anno Zero e Revolution che trasformano il carro in un vero e proprio palcoscenico mobile all’interno del quale migliaia di giovani si scatenano in canti e balli al fine di persuadere i giudizi di una attenta giuria. Al termine della sfilata, che dura circa 7 ore, i carri e le maschere illuminano di mille colori la piazza Marconi, dove viene poi bruciato su "Babballotti".

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